Storia surreale di camorra e politica

La storia può cominciare a Comerio di Varese nello studio di Giovanni Borghi, presidente della Ignis, allora (anni ’60) una delle più grandi aziende di elettrodomestici. Davanti al suo scrittoio stanno, su due ampie poltrone, Cesare Bensi, sottosegretario alle Finanze, accompagnato da un funzionario del Ministero. Il dialogo è quasi inesistente, sostituito da un sorriso di convenienza, quasi un clichè, dei tre personaggi.
Il funzionario rompe l’immobilità della scena sfilando da una borsa un assegno del Ministero e consegnandolo al Borghi, il cui sorriso diviene immediatamente più aperto e genuino. Riposto l’assegno in un cassetto, il Borghi prende da sotto lo scrittoio una borsa a soffietto e la posa sullo scrittoio aprendola. E’ una borsa di banconote che il funzionario richiude e riprende senza permettersi alcun controllo. La fiducia è ovvia.
L’incontro può dirsi concluso e il Bensi, dopo le calorose strette di mano, si avvia all’uscita seguito dal funzionario e raggiunge l’auto blu del Ministero. Il funzionario, al tempo indivisibile dal suo vice-ministro, funge anche da autista. Sfreccia verso Varese, attraversa la città, imbocca l’autostrada, esce al casello di Castellanza e raggiunge Saronno parcheggiando la macchina in una strada occupata da auto di cilindrata medio-alta. I due percorrono un centinaio di metri e forse più e raggiungono un condominio dove abita Giancarlo D’Agostino, segretario della Federazione Socialista della provincia, che li riceve con un certo disappunto. “Sai benissimo che non voglio avere a che fare con queste cose” “Abbi pazienza. Non posso portare la borsa a Milano. Ho sempre paura di trovarmi in casa la Guardia di Finanza. Mi hanno informato che strane persone fanno la posta in via San Vincenzo. Domattina presto veniamo a riprenderla e andiamo direttamente a Roma”. Non è una novità che in Italia i poteri si siano sempre controllati a vicenda. Allora come, del resto, anche oggi. Il mattino seguente riappare l’auto blu sfrecciando subito dopo non per Roma, ma per Napoli, dove risiedeva Emilio De Martino, a quel tempo segretario nazionale del PSI, carica che passò poco a presso al suo socio Mancini.
Finora abbiamo descritto la dinamica del fatto giungendo fino a Napoli. Ora dobbiamo spiegare che senso ha quella borsa e che cosa le ruota intorno.
Esisteva una legge che autorizzava il rimborso alle aziende dell’IGE (divenuta poi IVA) pagata sulle esportazioni. Per sovrintendere a questo settore De Martino aveva nominato sottosegretario alle Finanze uno dei suoi portaborse, ossia il Cesarino Bensi. Costui si metteva in contatto con le più importanti industrie della sua circoscrizione elettorale, ossia il varesotto, e accelerava la consegna degli assegni. In cambio riceveva in contanti metà dell’importo indicato nell’assegno, destinata come obolo alle casse del PSI. In fin dei conti questi industriali aiutavano finanziariamente un partito politico. In cambio ricevevano con una certa sollecitudine una parte del rimborso che altrimenti avrebbero dovuto attendere “a babbo morto”. Ma, a questo punto, sorge un interrogativo. Perché a Napoli (ovviamente ad insaputa degli industriali) e non a Roma?
E qui comincia una seconda parte della storia.
De Martino, napoletano, si era accordato con la camorra, sia per un sostegno elettorale al partito sia per la assegnazione delle preferenze a uomini della sua corrente all’interno del partito. Il prezzo da pagare era metà di quella borsa, ossia un quarto dell’assegno staccato dal Ministero.
E’ intuibile che il contante della borsa non arrivasse intatto a De Martino. Il Bensi aveva le pareti della casa di via San Vincenzo cariche di quadri d’autore, e come copertura, aveva aperto un negozio d’arte e d’antiquariato intestandolo alla moglie. Ne derivava che l’importo della borsa, consegnato a De Martino, non era più la metà dell’assegno e di conseguenza il quarto destinato alla camorra non corrispondeva più al quarto dell’assegno. E tutto ciò, ovviamente, all’insaputa di De Martino.
A questo punto sorge un problema all’interno del partito. Un gruppo di ex partigiani delle Brigate Matteotti denuncia questa intollerabile connivenza con la camorra. Bisogna dire che questo gruppo nutriva un vecchio rancore per l’avvenuta emarginazione anni prima (come già scritto nel comunicato 10) di Corrado Bonfantini, il fondatore e comandante generale delle Brigate Matteotti, che lo si era sempre desiderato a capo del partito e non solo. La denuncia era all’interno del partito ma i dirigenti non tolleravano più la stessa esistenza di quel gruppo. De Martino allora, d’accordo con Mancini, decide di por fine a quella opposizione che potrebbe rischiare di diventare pubblica. Così decide di allontanare i Matteottini dalla vita politica nominando un magistrato in aspettativa, Martuscelli, alla presidenza del collegio dei probiviri col mandato preciso di liquidare quel gruppo. Il compito era sporco e ripugnante ma il Martuscelli accetta se, in cambio, avrà la candidatura ad un seggio senatoriale (non ricordo se Salerno o Caserta). Candidatura che De Martino non solo gli promette ma gli assicura. Il Martuscelli riuscì ad inventare un’accusa che non aveva alcuna rilevanza giuridica, ossia né penale né civile ma che poteva avere risonanza mediatica se ben orchestrata. L’accusa per circa una cinquantina di Matteottini era di “nepotismo” di cui, a dirla tutta il primo imputabile sarebbe dovuto essere lo stesso De Martino che aveva collocato suo figlio presso la RAI. L’accusa, in ogni caso, era ridicola e infantile ma il killeraggio mediatico produsse il suo effetto. A questo killeraggio si prestò anche il Corriere della Sera. Di partigiani colpiti dagli strali di Martuscelli io, a mezzo di un amico di via del Corso, ne contai 36 (ma saranno stati certamente di più). Fra questi c’ero anch’io. E sapevo il perché. Una volta mi trovavo per caso a Saronno a casa del D’Agostino quando giunse il Bensi con la famosa borsa. Ero un testimone pericoloso. Anche se io, per carità di partito non rivelai mai niente. Questa era l’etica dei Matteottini.
A questo punto avviene un fatto di cronaca nera. Il figlio di De Martino, quello collocato alla RAI, viene rapito dalla camorra.
Che cosa era successo? Una cosa semplice. La camorra, che aveva i suoi infiltrati nel Ministero delle Finanze, era venuta a conoscenza che il quarto degli assegni a lei dovuto era superiore a quanto gli era stato pagato. De Martino, come abbiamo visto, era innocente. Lui stesso era stato ingannato dai suoi bravacci come il Cesarino Bensi. Ma per la camorra responsabile era De Martino e lo sgarro era un dato di fatto. Ma De Martino riuscì a far pagare il riscatto allo Stato.
“Ce passe que”, direbbero i francesi, avviene che al Corriere della Sera arriva una missiva del Martuscelli il quale denuncia che De Martino è spergiuro, non ha mantenuto la promessa di candidarlo a un collegio senatoriale. Per cui si sente autorizzato a rivelare che il seggio senatoriale era il prezzo per liquidare, allontanandoli dal partito, come il Corriere ben sa in quanto ha contribuito con la sua campagna mediatica, i Matteottini, colpevoli solo di essere stati combattenti per la libertà.
Che cosa era successo?
Semplice. Ingannata da De Martino sull’importo degli assegni, la camorra aveva tolto il suo sostegno elettorale non solo ai seggi senatoriali ma all’intero partito. Tutto ciò è nei documenti consegnati da Martuscelli al Corriere e tuttora esistenti negli archivi di questo giornale. Siamo ai primi anni degli anni ’70 e, come ho già scritto nel mio comunicato n 10 (“L’albero ferito”), non c’è che richiederli.
Da questo momento sono valide tutte le deduzioni sulla continuità del rapporto camorra PSI anche nel periodo craxiano. Devo premettere che io ero l’unico amico che Craxi avesse nel varesotto e mi voleva sempre a Roma nelle riunioni della sua corrente. Quando avvenne l’attacco di De Martino io chiesi il suo intervento che si limitò a una lettera a qualche sindaco e non al Corriere che stava conducendo la campagna senza dare ai Matteottini nessuna possibilità di replica. Così ruppi con lui e, una volta che lo incontrai in Galleria, lo insultai senza dargli neanche il tempo di replicare. Egli allora mi mandò svariate volte a casa Libero Della Briotta, deputato di Sondrio, e suo fedelissimo, con l’intenzione dichiarata di recuperarmi. Ma così non era. Era l’eterna paura che io parlassi in quanto lui stesso aveva utilizzato politicamente quell’argomento. Infatti, mi disse Libero Della Briotta, che Craxi, quando defenestrò De Martino nell’albergo dove questi risiedeva a Roma, ottenne in cinque minuti la consegna dei poteri minacciando appunto di rendere pubblica la sua relazione con la camorra aggiungendo che era in grado di portare testimonianze. Fra queste testimonianze, mi disse Della Briotta, c’era anche la mia.
Di fatto sentii che fra me e lui c’era un vuoto incolmabile. Di mano in mano che egli saliva nel suo delirio di onnipotenza, io lo sentivo cadere. Crollò a Segonelle, non si avvide del ridicolo quando, a nome dell’ONU, voleva insegnare ai Paesi indebitati come diminuire i loro debiti, lui che rappresentava uno dei Paesi più indebitati del mondo. Ma toccò il fondo quando affidò conti miliardari a un barista di Portofino. Finì come finì per aver tradito l’amicizia di chi gli voleva bene. Egli, così sospettoso, aveva fatto deputato nel 1992 un ragazzino di 27 anni che neppure conosceva ma che gli era stato presentato a Napoli. Da chi? Lo stesso ragazzino, oggi di mezza età, viene presentato sempre a Napoli all’erede di Craxi ed ottiene un posto di responsabilità. Viene presentato a Napoli. Da chi?

L’inchiesta è aperta ma la storia non ha fine. E’ la solita dialettica sartriana senza sintesi. Alienazione – liberazione – nuova alienazione.


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